Una riflessione per chi considera esagerate le misure restrittive adottate nel corso dell’epidemia da Covid-19.

È esagerato limitare la velocità di guida in città? È esagerato obbligare all’uso del casco o delle cinture di sicurezza? Tutte queste misure non servono solo per proteggere chi guida, ma la collettività, cioè le comunità in cui noi viviamo. Tutte queste misure hanno in mente non solo i singoli individui, ma le conseguenze collettive. Polizia, autoambulanze, medici, infermieri, sale chirurgiche o di rianimazione, insomma risorse umane e costose risorse tecnologiche sono impegnate in ogni singolo incidente di una certa gravità.

Lo stesso ragionamento vale per l’epidemia da coronavirus. Superato un certo numero di infezioni, la percentuale di persone che necessitano di interventi medici impegnativi può andare oltre le risorse disponibili.

E questo vuol dire mandare in tilt il sistema sanitario, con la conseguenza di fornire meno cure a chi ne ha bisogno, e non solo a chi è infetto, ma anche per tutte le altre possibili necessità.

Seguire le restrizioni per un periodo limitato di tempo è il piccolo contributo che possiamo dare alla comunità.

Il problema è che ci si è abituati a vedere i confini del nostro mondo entro noi stessi. Ho l’impressione che si sia ridimensionata la capacità di pensare in termini collettivi. A vederci come membri di un gruppo, ad avere una coscienza collettiva.

Si è ridimensionato il senso della responsabilità nei confronti degli altri. Pensiamo quasi esclusivamente in termini di diritti, senza doveri, senza impegno. Tutto ci è dovuto, e nulla dobbiamo.

Questo atteggiamento in psicologia viene chiamato narcisismo, ed è una vera patologia.

Se le cose vanno davvero in questa direzione ci troveremmo di fronte a una sorta di società narcisistica. Una sorta di patologia collettiva che non può portare che danno. Non sono certo il primo a dirlo, ma spero ardentemente che tutti coloro che lo hanno teorizzato si sbaglino.