Nonostante lʼintricata articolazione delle numerose famiglie e scuole che in qualche modo si muovono nel campo
della psicoanalisi, sostenendo di tutto e ogni suo opposto, più o meno innovative o “ortodosse”, dellʼIo, del Sé, o
della relazione, tutte hanno qualcosa in comune: lʼeredità di un errore epistemologico compiuto da Sigmund
Freud.
Freud fu un poderoso e autentico genio.
Capì, una volta per tutte – allo stesso modo in cui altri geni come Copernico, Newton o Einstein, hanno cambiato
per sempre la visione del mondo – che la nostra vita è attraversata da significati spesso nascosti a noi stessi.
La potenza di questa intuizione è straordinaria.
È una intuizione straordinariamente attiva, viva, e sempre più importante nella nostra vita contemporanea che si esprime non solo nella psicoterapia, ma
con vigore crescente nel marketing, nella comunicazione, nei media, nei film, nella politica, nella letteratura, e
in ogni story telling che influenza il comportamento.

Lʼerrore di Freud

Partiamo dunque dallʼintuizione originaria: gli umani esprimono significati di cui non sono sempre consapevoli.
Ad esempio, nel sogno.
Oggi sappiamo che se sogno una grande cicala che mi insegue, questo può voler dire per me qualcosa di privato
e emotivamente importante che non ha necessariamente a che fare con questi adorabili insetti. E ciò che è
interessante è che io possa non cogliere immediatamente questi significati sebbene sia stato io stesso a
produrli.
Il nostro linguaggio è denso di significati metaforici. La stessa parola “denso” che ho appena utilizzata è una
metafora spaziale.
E ancora, nelle relazioni, nella politica, nel commercio, ogni cosa che facciamo assume significati più ampi e non
sempre consapevoli. E infine nella psicopatologia.
Ad esempio, se acquisto una certa auto, potrei non essere completamente consapevole di quanto sia stato influenzato dal bisogno di adeguarmi a una certa immagine sociale veicolata dalla sua pubblicità, al fine di
compensare alcune paure relative alla mia autostima.
Si tratta insomma di unʼautentica scoperta epocale che ha accomunato fenomeni apparentemente distanti. Un
autentico schiaffo alla nostra presunzione di sapere in ogni momento chi siamo e cosa vogliamo.
Ma questa scoperta apre molte domande.
Qualcosa del genere accadde anche a Newton, quando scoprì le leggi della gravità che ancora oggi sono
utilizzate per calcolare i movimenti dei proiettili, dei razzi, dei satelliti e dei pianeti. Non aveva idea di cosa fosse
questa forza di cui conobbe e descrisse tutti i dettagli di funzionamento.
Newton scoprì e descrisse una realtà che al tempo stesso poneva nuovi problemi.
Si è dovuto attendere la teoria della relatività generale di Albert Einstein per capire che la gravità avesse a che
fare con la stessa costituzione dello spazio.
Ancora una volta, Einstein comprese qualcosa di fondamentale e al tempo stesso ha posto nuovi problemi.
Oggi attendiamo di sapere se il campo gravitazionale sia in qualche modo simile ai campi elettromagnetici e alle
altre forze dellʼuniverso.
Ci stanno lavorando al Large Hadron Collider, e si spera in novità cruciali.
Nuove scoperte, nuovi problemi: così evolve la scienza.
Nella comunità scientifica dei fisici, queste lunghe, umili, pazienti e eccitanti attese sono comuni e tollerate.
Nel mondo della psicologia un poʼ meno.
Freud fece una scoperta straordinaria, ma volle dare una risposta ai problemi che poneva compiendo il più banale e comune errore dei filosofi e degli psicologi: la concettualizzazione.

La concettualizzazione

La concettualizzazione consiste nello spiegare i fenomeni assumendo lʼesistenza di una entità che
li causa.
La concettualizzazione di Freud è stata lʼinconscio.
L’inconscio freudiano voleva dare una risposta a tre diversi ordini di fenomeni:
1. Nell’inconscio avvengono i processi psicologici da lui chiamati primari (tra cui spostamento e
condensazione), in modo più evidente presenti nei sogni, ma anche nei sintomi psicopatologici e nella vita quotidiana.
2. Inconscio è l’aggettivo che definisce la non-consapevolezza dei propri significati ed è anche la sede dove tale inconsapevolezza viene sospinta.
3. I meccanismi inconsci generano e sostengono la psicopatologia.
Lʼinconscio non è la scoperta di Freud, ma il suo tentativo di spiegare i problemi aperti dalla sua
scoperta.
Vorrei raccontare un aneddoto.
Nel corso di un seminario di psicoterapia, condussi una simulazione di una seduta psicoterapeutica.
Un partercipante aveva il ruolo del paziente, e il suo compito era di assumere il comportamento di un paziente piuttosto difficile, di resistere in tutti i modi ai tentativi del terapeuta di aiutarlo.
Si trattava di una situazione molto stimolante e irta di ostacoli per il terapeuta che aveva lo scopo di sperimentare
alcune modalità di intervento.
Ad un certo punto, una psicoterapeuta che partecipava al seminario disse con il tono di chi la sapeva lunga: “È
evidente che questo paziente inconsciamente non vuole essere aiutato!”
La sua osservazione passò praticamente inosservata, ma per me fu molto interessante da un punto di vista
epistemologico.
La collega era sinceramente persuasa di aver trovato la soluzione allʼenigma: la causa del comportamento del
paziente era nel suo inconscio in cui albergava lʼintenzione di non essere aiutato.
Con un minimo di attenzione, non può sfuggire la natura tautologica di questa affermazione: la ragione per cui il paziente si comporta inconsapevolmente come se non volesse essere aiutato, è che non è consapevole di non voler essere aiutato!
In altri termini, lʼinconscio invocato dalla terapeuta evoca una entità (l’inconscio) che non aggiunge nulla alla descrizione del fenomeno in cui è già evidente che il paziente non è consapevole di non voler essere aiutato.
La proposta della terapeuta era, nella sua elementare ingenuità, una caratteristica manifestazione dellʼerrore di
Freud: lʼinconscio come spiegazione dei problemi irrisolti.
Naturalmente, non tutti gli psicoanalisti sono così ingenui.
Ma il rischio della tautologia, nascosta nelle pieghe di complesse sofisticazioni, è sempre presente.
La psicoanalisi potrebbe riprendersi il suo spazio, attualmente molto ridimensionato, riconoscendo lʼerrore di
Freud e lavorando sodo, invece, sulla scoperta di Freud.
Questo significherebbe rinunciare al ricorso a una entità concettuale indistinta e confusa, lʼinconscio, allo scopo di spiegare ogni cosa, per ripartire dalla scoperta di Freud e dai problemi che questa scoperta pone.
Ciò significa abbracciare una epistemologia scientifica umile, basata sulla ricerca, e abbandonare la tendenza
alla concettualizzazione tautologica.
Ciò significa usare le parole scientifiche definendole in modo più esplicito e con maggiore precisione.
Ciò significa creare modelli e metterli alla prova.
Questo darebbe alla psicoanalisi una seconda vita particolarmente brillante perché legata al vantaggio di aver a
lungo giocato con i significati “inconsci” e quindi con la potenza del linguaggio e con la sua influenza nella vita
umana.
So che questo non avverrà.
Ma avendo avuto all’inizio della mia carriera di psicoterapeuta una formazione psicoanalitica, avendo fatto una psicoanalisi personale, avendo
apprezzato il mistero della produzione dei significati, avendone verificato lʼinfluenza nella mia
vita, avendo lavorato sodo con tanti pazienti con in testa il gioco di questi significati, continuo a sperarlo.

ACT e psicoanalisi

Trovo che l’Acceptance and Commitment Therapy possa essere straordinariamente interessante per gli psicoanalisti e in particolare lo studio attento e profondo della Relational Frame Theory, la teoria del linguaggio elaborata da Stephen Hayes e colleghi basata su quindici anni di ricerca alla base dei questo modello di terapia.

La Relational Frame Theory (RFT) è un esempio brillante di come si possa affrontare il tema dei significati nascosti in modo esplicito, diretto, tenendo conto delle esigenze della operazionalità e della definizione chiara dei termini e dei concetti, senza pretendere di comprendere tutto e senza pretendere di spiegare ogni cosa.

La RFT è un modello complesso che sostiene la centralità del linguaggio nel comportamento umano, superando i limiti del comportamentismo, e mettendo in evidenza la capacità umana di anteporre i significati alle conseguenze reali dei propri comportamenti, spiegando in tal modo la persistenza di comportamenti patologici a dispetto della sofferenza che generano.

Alcuni segnificati (relational frames) si generano nella storia personale di apprendimento di ciascuno di noi e diventano delle vere e proprie istruzioni che seguiamo impermeabili alle conseguenze.

L’ACT si propone di mettere in evidenza le conseguenze di certi comportamenti, di incrementare la consapevolezza dei propri significati personali, e di sperimentare la possibilità di coglierli senza seguirne le istruzioni.

Mindfulness e psicoanalisi

La mindfulness, detta anche non a caso meditazione di consapevolezza, introduce una dimensione della consapevolezza completamente diversa da quella implicita nel modello dell’inconscio. Dal punto di vista della mindfulness la consapevolezza non dipende dal disvelamento di contenuti sospinti in una entità che li contiene, l’inconscio, semmai ad opera di un interprete, lo psicoanalista, ma da un esercizio di attenzione aperta, curiosa e non giudicante alla propria esperienza.

La consapevolezza della mindfulness, inoltre, non è una consapevolezza intellettuale, ma percettiva, corporea dei propri pensieri, delle proprie emozioni e della propria storia.

È importante considerare che né l’ACT, né la mindfulness, negano i processi inconsci. Al contrario, li considerano ubiquitari e parte della vita di tutti gli umani. Ciò che non si sente proprio il bisogno di sostenere è l’interposizione di una entità, l’Inconscio con la I maiuscola, che ne contenga i segreti.

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