Chi naviga nei mari della meditazione entra prima o poi in contatto con l’idea, scritta, detta, evocata, ripetuta, che noi non siamo la nostra mente.

Ma cosa significa esattamente “noi non siamo la nostra mente”? E cosa implica per la nostra vita?

Lascio ad altri, molto più esperti di me, l’esplorazione spirituale, etimologica e filosofica delle origini buddhiste e millenarie di questo concetto.

Voglio soffermarmi invece sulla straordinaria vitalità che questo antico concetto assume nella psicologia contemporanea provando a darne una definizione basata sul nostro linguaggio e la nostra cultura.

Cominciamo con un esperimento.

Ovunque tu sia, scegli con cura un oggetto nel tuo campo visivo. Non deve essere necessariamente importante o familiare. Può essere un oggetto qualsiasi, anche il più banale e insignificante del mondo.

Porta dunque la tua attenzione a questo oggetto, esplorandone pazientemente forme e colori di ogni dettaglio.

Continua ad osservare questo oggetto per circa un minuto e, contemporaneamente, nota anche quello che ti viene in mente: qualsiasi pensiero fatto di parole, immagini o sensazioni.

Non andare avanti nella lettura finché tu non abbia concluso l’esperimento.

Fatto?

È venuto il momento di notare alcune cose a cui spesso non diamo importanza, ma che sono cruciali per la nostra vita.

  1. Molto probabilmente hai notato che puoi osservare due ordini di fenomeni: ciò che percepisci del mondo con i tuoi sensi (in questo caso con la vista, ma potremmo dire lo stesso dell’udito, olfatto, gusto e tatto) e ciò che percepisci di te stesso, della tua vita interiore (in questo caso i tuoi pensieri).
  2. Molto probabilmente hai notato di non aver previsto né tanto meno deciso quali pensieri ti sarebbero venuti in mente, non sapevi quali scenari e collegamenti sarebbero sbocciati nel tuo campo di osservazione. In un certo senso sei stato sorpreso dalla tua stessa mente.

Non è interessante? Cosa possiamo dedurre da queste osservazioni?

Possiamo concludere che chi osserva e ciò che viene osservato non sono esattamente la stessa cosa, e possiamo concludere che chi osserva non ha un controllo diretto su ciò che viene osservato.

È come se la nostra mente avesse una sua autonomia di comportamento rispetto a noi. Noi possiamo osservare ed essere letteralmente sorpresi da quello che la mente produce.

Questo è il significato scientifico della espressione “Noi non siamo la nostra mente”.

E quali sono le implicazioni nella nostra vita?

La più seria implicazione è che nel momento in cui perdiamo di vista o non ci accorgiamo che noi non siamo la nostra mente, insomma quando ci identifichiamo con la nostra mente, finiamo per scambiare i suoi collegamenti, le sue immagini, le sue parole e le sue sensazioni con noi stessi. Se quindi ho un pensiero cattivo, io sono una persona cattiva, se ho un pensiero di paura, io sono una persona paurosa, se ho un pensiero di insicurezza, io sono una persona insicura. È ciò che avviene sistematicamente quando viviamo un disagio psicologico: prendiamo molto sul serio quello che la mente dice, e la attribuiamo alla nostra identità anche se ne rileviamo l’irragionevolezza.

Un’altra implicazione è che se perdiamo di vista o non ci accorgiamo che noi non abbiamo alcun controllo sulla nostra mente, possiamo illuderci, molto ingenuamente, di poter modificare i contenuti della nostra mente, di poterli eliminare, di poterli combattere. Ebbene questo è un altro fenomeno praticamente sempre presente quando c’è sofferenza, anzi è quello che si manifesta più evidentemente. Chi vive una condizione di disagio, lotta con la sua mente, vorrebbe non avere certi pensieri, vorrebbe modificarli, cambiarli, eliminarli. E questo atteggiamento non produce altro che nuovi pensieri, spesso  recriminazioni sul passato o paure del futuro. Insomma, ci si perde nella propria mente allontanandosi dal presente.

Come ci può aiutare la mindfulness?

Grazie al lavoro con la mindulness è possibile apprendere a “defonderci” dalla nostra mente, a ritrovare la nostra identità di osservatori, senza aver paura della nostra mente, senza perderci nei suoi grovigli senza uscita, e, alla fine, senza prenderla troppo sul serio,

Buona meditazione

Psichiatra, psicoterapeuta cognitivo comportamentale, docente di terapie cognitive di terza generazione integrate con la mindfulness, fondatore dell’Istituto per la Applicazioni della Mindfulness alla psicoterapia e la medicina.

Ha insegnato mindfulness nel master di Psiconcologia all’Università La Sapienza di Roma, e collaborato con Ian Falloon per la realizzazione di una Guida per il trattamento dei disturbi mentali, adottata in numerosi dipartimenti di Salute mentale italiani, con Michael Chaskalson e Ciaran Saunders (Università di Bangor, UK) per la formazione degli psicoterapeuti agli interventi Basati sulla Mindfulness.

Autore di numerose opere scientifiche e psicoeducazionali sui principali disturbi e problemi psicologici, è direttore scientifico della formazione nel campo della psicoterapia per la casa editrice Ecomind, ed ha collaborato alla realizzazione dei suoi corsi di formazione a distanza.

Da molti anni si occupa in modo specifico della terapia cognitivo comportamentale del Disturbo di Panico di cui ha messo a punto un programma integrato con la mindfulness.

Esercita attività libero professionale a Roma e tiene corsi di crescita personale online.

Puoi contattarlo al numero +39 3282371202 o sulla sua pagina facebook