Domande utili e domande inutili

Psichiatra, psicoterapeuta ACT, docente di terapia cognitivo comportamentale, fondatore e responsabile scientifico dell'Istituto per le Applicazioni della Mindfulness alla psicoterapia e la medicina.
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Domande utili e domande inutili

di Pietro Spagnulo

Sherlock Holmes pare abbia detto che non sono importanti le risposte, ma le domande.

Nulla di più vero anche nel campo della salute mentale: ci sono domande inutili o distruttive e domande utili e risolutive.

Le domande che più frequentemente sento dai miei pazienti è: perché sto male? Perché soffro di depressione? Perché soffro di panico? Etc. etc.

Queste domande sicuramente legittime e apparentemente innocue sono però una importante fonte di problemi.

Quando ci si chiede il perché della propria sofferenza si tende a pensare ad una causa storica, a uno o più eventi del passato che avrebbero determinato il problema attuale.

E si assume implicitamente che se si dovesse scoprire la causa si risolverebbe anche il problema.

In questo modo, però ci si mette sulla cattiva strada. Si tratta di una domanda mal posta perché esclude implicitamente una delle cause più importanti: il proprio comportamento attuale!

Ciò che noi facciamo, l'atteggiamento che assumiamo nei confronti di noi stessi, le nostre scelte hanno una profonda influenza sul problema così come si presenta, e quindi si esclude anche la possibile soluzione che risiede in un cambiamento di comportamenti, atteggiamenti e scelte.

D'altra parte, come potremmo cambiare il passato? È il nostro atteggiamento, il nostro modo di interpretare i fatti, anche quelli del passato, che fa la differenza.

Ecco un esempio.

Se soffro di Disturbo di Panico è ben difficile risolvere il problema semplicemente individuando uno o più episodi del passato che lo avrebbero "causato".

In questo modo si dimentica che non è l'episodio in se stesso ad aver determinato il problema, ma il modo in cui è stato vissuto, il modo in cui è stato interpretato, e il comportamento che si è adottato.

Non a caso, chi soffre di questo disturbo assume un comportamento di evitamento (evita posti e circostanze temute) e vive un'idea assolutamente catastrofica delle conseguenze di un attacco di panico: morirò, sverrò, perderò il controllo, impazzirò, etc.

Se ci si interroga solo sui fatti si dimentica la risposta ai fatti. Ed è nella risposta che risiede la parte importante del problema e anche della soluzione.

Ben diverso sarebbe chiedersi: cosa posso fare per me?

Potrei rispondere, ad esempio, che potrei apprendere a non temere la mia ansia, potrei decidere di affrontare le situazioni che temo, potrei decidere di non prendere troppo sul serio le mie idee catastrofiche.

Anche se questa non è la soluzione miracolosa, è certamente la direzione da prendere.

E con un po' di lavoro ci si riesce.

 

 

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