La terapia cognitivo-comportamentale ha avuto senz’altro il merito di individuare la mindfulness come risorsa importante nel campo della salute e della psicoterapia e di aver immediatamente proposto e sostenuto i programmi basati sulla mindfulness.

Tuttavia, non si può dire che la mindfulness scaturisca naturalmente dai modelli cognitivisti e comportamentisti. La mindfulness è stato un felice innesto che sta lentamente trasformando l’intera pianta.

Attualmente si possono individuare tre divese modalità con le quali gli psicoterapeuti cognitivisti guardano alla mindfulness.

Potremmo chiamare la prima modalità eclettica.

Molti terapeuti considerano la mindfulness una risorsa che può essere utilizzata in aggiunta alla psicoterapia cognitivo comportamentale standard, una specie di fecondo supplemento che migliora e complementa l’efficacia dell’intervento terapeutico principale.

Questa modalità non è scientificamente scorretta, ma sacrifica la possibilità di cogliere l’opportunità di modificare, proprio grazie alla mindfulness, alcuni aspetti dell’intervento standard che hanno mostrato evidenti limiti e soprattutto sacrifica la possibilità di utilizzare in modo più corposo e pieno le potenzialità terapeutiche della mindfulness.

La seconda modalità è integrativa in quanto tende a utilizzare la mindfulness come strumento di intervento all’interno della terapia. Questa modalità ha il vantaggio di far entrare la mindfulness nel processo terapeutico e dunque di esplorarne le sue potenzialità in modo più consapevole e dunque efficace, Tuttavia, anche in questo caso, non vengono messi in discussione dei principi dell’intervento terapeutico fondamentalmente teso a capire in modo ancora una volta intellettuale alcuni propri comportamenti, senza cogliere pienamente la portata innovativa della mindfulness.

La terza modalità, che qui potremmo chiamare paradigmatica, raccoglie in pieno la sfida della mindfulness abbandonando alcuni presupposti della terapia cognitivo-comportamentale e abbracciandone altri radicalmente nuovi. Si tratta degli interventi terapeutici detti di terza generazione dei quali poco o nulla si riconosce della terapia cognitivo-comportamentale standard e che espandono la mindfulness da nicchia meditativa a un insieme di principi straordinariamente fecondi.

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) è probabilmente la terapia che meglio di tutte le altre ha saputo tessere il filo del rinnovamento radicale annondandosi ai principi fondamentali del comportamentismo. Nell’ACT ritroviamo composti con rigore scientifico concetti come il condizionamento operante e l’ineffabilità del linguaggio, la tradizione millenaria del buddhismo e vertiginose e modernissime epistemologie scientifiche.

Il risultato è una terapia dotata di straordinaria coerenza interna in cui la mindfulness non è una comparsa, e neanche uno strumento, ma il cuore pulsante di una terapia a tutto campo con l’ambizione di descrivere i meccanismi fondamentali della sofferenza umana.

ACT significa terapia dell’Accettazione e dell’Impegno che insieme disegnano la direzione della salute, in contrasto con l’evitamento esperenziale, cioè la lotta contro le proprie emozioni e il disimpegno dalla vita, che rappresentano il quadro della malattia.

In ogni disturbo e in ogni problema è possibile dunque rintracciare i segni della lotta e del disimpegno ed è possibile contrapporre i vantaggi dell’apertura al proprio mondo interiore, e della possibilità di far spazio anche alle emozioni difficili, pesanti, angosciose, per esplorarle, conoscerle come brandelli di vita carichi certo di sofferenza, ma anche di opportunità.

Il terapeuta ACT non cerca di cambiare i pensieri, ma il modo con cui ci si rapporta ad essi. Perché non sono i pensieri e le emozioni a creare i disturbi, ma la loro stigmatizzazione, il rifiuto e la gettizzazione di parti di noi stessi.

Allo stesso modo dei bambini, che possiamo ascoltare con attenzione anche quando dicono cose sciocche o terribili, si possono ascoltare i pensieri e le emozioni, apprezzarne l’intensità e la dignità, senza necessariamente seguire le loro istruzioni.

L’ACT, come la mindfulness, è un invito a cogliere l’umanità delle nostra vita interiore, a rimanere in contatto con noi stessi, coltivando allo stesso tempo il disincanto dall’arbitrarietà dei significati che attribuiamo al mondo, e la libertà di dedicarsi a ciò che è veramente importante.

 

 

 

Psichiatra, psicoterapeuta cognitivo comportamentale, docente di terapie cognitive di terza generazione integrate con la mindfulness, fondatore dell’Istituto per la Applicazioni della Mindfulness alla psicoterapia e la medicina.

Ha insegnato mindfulness nel master di Psiconcologia all’Università La Sapienza di Roma, e collaborato con Ian Falloon per la realizzazione di una Guida per il trattamento dei disturbi mentali, adottata in numerosi dipartimenti di Salute mentale italiani, con Michael Chaskalson e Ciaran Saunders (Università di Bangor, UK) per la formazione degli psicoterapeuti agli interventi Basati sulla Mindfulness.

Autore di numerose opere scientifiche e psicoeducazionali sui principali disturbi e problemi psicologici, è direttore scientifico della formazione nel campo della psicoterapia per la casa editrice Ecomind, ed ha collaborato alla realizzazione dei suoi corsi di formazione a distanza.

Da molti anni si occupa in modo specifico della terapia cognitivo comportamentale del Disturbo di Panico di cui ha messo a punto un programma integrato con la mindfulness.

Esercita attività libero professionale a Roma e tiene corsi di crescita personale online.

Puoi contattarlo al numero +39 3282371202 o sulla sua pagina facebook