Psicoterapia e scienza

Psicoterapia e scienza

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La psicoterapia non gode di molto credito scientifico.

Le ragioni sono comprensibili: esistono decine e decine di modelli psicoterapeutici completamente diversi tra loro e ciascun modello ha numerosissime varianti, raggiungendo le centinaia di diverse psicoterapie oggi offerte sul mercato della salute.

Inoltre, ciascun modello e ciascuna variante tende a sviluppare un proprio linguaggio, quasi un gergo, che è praticamente incomprensibile a operatori che seguono modelli differenti. Gli psicoterapeuti hanno dunque difficoltà a comunicare tra loro a meno che non aderiscano alla stessa identica famiglia psicoterapeutica.

Infine, gli studi rigorosamente scientifici sull'efficacia della psicoterapia sono relativamente scarsi e risentono della divisione tra i vari approcci e, a complicare la faccenda, si aggiunge la tendenza da parte di alcuni approcci a guardare con diffidenza alla scienza che viene considerata riduttiva e incapace di rappresentare la complessità di una psicoterapia.

Naturalmente questo non vuol dire che le psicoterapie non funzionino, ma solo che i pochi dati che abbiamo a nostra disposizione sono piuttosto confusi e proco attendibili.

Come si sta evolvendo questa situazione? Ci sono segnali di miglioramento e di maggiore dialogo tra i vari approcci?

La risposta è sì, ci sono evidenti segnali di dialogo e, soprattutto, maggiore interesse per creare basi scientifiche della psicoterapia. Ma esistono ancora molti problemi.

Iniziamo dall'ultimo punto: la tendenza a guardare con diffidenza alla scienza.

Si tratta di un pregiudizio piuttosto comune che però si basa su un errore epistemologico grossolano. Utilizzare la complessità come pretesto per gettare discredito sulla scienza è solo un modo per confondere le acque. La scienza si occupa per definizione di fenomeni complessi e poco comprensibili. Se la scienza avesse le idee chiare su tutto, non ci sarebbe bisogno di sperimentare e ricercare. Spesso, il concetto di complessità viene utilizzato come scudo per continuare a utilizzare modelli confusi e basati su suggestioni invece che idee chiare che possano essere passate al vaglio del ragionamento e della sperimentazione.

Per quanto riguarda il bisogno di un linguaggio condiviso, è necessario fare uno sforzo di umiltà e apprendere a distinguere, come fanno tutti gli scienziati in tutti i campi, tra vari livelli osservativi e teorie.

Molto spesso, nel campo psicoterapeutico accade che si trascurino gli elementi osservativi, passando immediatamente alla teoria assunta come un dato di fatto.

È questo che accade quando si parla di "proiezione", "inconscio", "superio", "convinzioni nucleari", etc. Tutti questi termini sottendono modelli e teorie, eppure sono trattati come se fossero elementi osservativi di base, come dati di fatto.

Un llinguaggio comune non può nascere senza la buona abitudine scientifica di distinguere tra vari livelli di osservazioni e modelli. Bisogna avere l'umiltà di utilizzare un linguaggio descrittivo per indicare fenomeni osservabili, prima di proporre teorie che li spieghino. Naturalmente, nel campo psicologico, bisogna includere tra i fenomeni osservabili anche dei fenomeni soggettivi. La questione non è qui quella di stabilire l'oggettività dell'osservazione, ma il livello osservativo. Una cosa è descrivere una mia esperienza soggettiva un'altra è provare a spiegarla con una teoria. L'esperienza soggettiva è una osservazione, anche se, appunto soggettiva, la spiegazione entra nel mondo delle teorie.

L'acquisizione di un linguaggio osservativo e dell'onestà di distinguere tra osservazioni e teorie potrebbe comportare anche un maggiore dialogo tra approcci psicoterapeutici e potrebbe implicare la messa a punto di metodi di indagine e ricerche cliniche più affidabili.

 

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