Mindfulness guide pratiche

Psichiatra, psicoterapeuta ACT, docente di terapia cognitivo comportamentale, fondatore e responsabile scientifico dell'Istituto per le Applicazioni della Mindfulness alla psicoterapia e la medicina.
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Mindfulness

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Il termine mindfulness deriva dalla parola sati che in lingua pali significa approssimativamente ricordarsi nel senso di ricordarsi di essere consapevoli, e questo concetto, molto vicino al senso in cui lo adoperiamo noi oggi nella pratica psicoterapeutica e nei protocolli di insegnamento della mindfulness, venne utilizzato per la prima volta da Buddha oltre duemilacinquecento anni fa.

Secondo la definizione corrente data in ambito scientifico, il termine “mindfulness” si riferisce ad una attenzione consapevole, intenzionale e non giudicante alla propria esperienza nel momento in cui essa viene vissuta.

E in che modo la pratica di attenzione non giudicante al presente, insomma la pratica della mindfulness, migliora la vita emotiva delle persone? E in che modo le migliora al punto da essere considerata una straordinaria novità nel mondo della psicoterapia?

Il numero di ricerche cliniche riguardanti la mindfulness e le terapie di terza generazione basate sulla mindfulness è in crescita esponenziale e riguarda un numero straordinariamente vasto di disturbi e i problemi di salute.

Per comprendere le ragioni dell'impatto della mindfulness sulla salute, bisogna avventurarsi nella complessità delle più recenti idee e sperimentazioni sul comportamento umano. Secondo la Relational Frame Theory, un modello avanzato del linguaggio e del comportamento, una delle principali cause della sofferenza emotiva è l'evitamento esperenziale, cioè la tendenza a lottare contro alcuni aspetti della nostra esperienza interiore in quanto giudicata inappropriata, malata, incoerente, inopportuna, inadeguata, cattiva. Insomma, alla base della sofferenza emotiva vi è il tentativo di sbarazzarsi di idee, pensieri ed emozioni che non si allineano con l'idea che abbiamo o che vorremmo avere di noi stessi. Questo tentativo è naturalmente vano e comporta solo irrigidimento, complicazioni e sofferenza.

La pratica della mindfulness insegna invece a riconoscere le proprie emozioni e i propri pensieri, accogliendoli così come sono, nella loro semplice realtà percettiva. Insegna ad accettare un'idea di se stessi molto più ampia e articolata dei rigidi stereotipi che abbiamo costruito noi stessi per difenderci da inesistenti nemici. La pratica della mindfulness insegna allo stesso modo a non essere immediatamente coinvolti dalle proprie emozioni e a non reagire automaticamente agli eventi. Questo duplice allenamento porta ad una maggiore flessibilità cognitiva, rompe le catene della sofferenza psicologica, e lascia al loro posto maggiore libertà di azione e maggiore resilienza o capacità di adattamento flessibile.

Nonostante l'apparente semplicità di questi concetti, la mindfulness viene tuttavia frequentemente fraintesa.

L'accettazione, ad esempio, viene frequentemente confusa con la rassegnazione. Ma se la rassegnazione implica una rinuncia ad agire rispetto agli eventi, la mindfulness, al contrario, partendo dalla consapevolezza di ciò che è, predispone a muoversi in direzione dei propri valori più profondi ed autentici. La pratica della mindfulness si propone, infatti, di sostituire alcuni comportamenti reattivi, automatici e distruttivi con scelte consapevoli ed appropriate al contesto.

Un altro aspetto importante, eppure frequentemente spesso trascurato, è che la pratica della mindfulness non vuol dire soltanto "meditare", cioè dedicare alcuni minuti al giorno alla pratica formale della meditazione. La forza terapeutica della mindfulness deriva soprattutto dallo stimolo a introdurre nella propria vita degli elementi di consapevolezza che consentano di superare alcuni automatismi e sostituirli con scelte più sane e costruttive.

Ciò detto, ecco le tre abilità fondamentali che vengono apprese e coltivate con la pratica quotidiana:

  • Apprendere ad ancorarsi al momento presente, invece di essere coinvolti dalle emozioni catastrofiche, depressive o di bisogno compulsivo. L’attenzione al momento presente è infatti una componente fondamentale del Mindfulness Based Stress Reduction program di Jon Kabat-Zinn a fini terapeutici (Kabat-Zinn, 1990).
  • Essere più benevolenti con se stessi e con gli altri, riducendo la tendenza alla critica e al giudizio e incrementando la semplice osservazione.
  • Apprendere a riconoscere i pensieri in quanto tali, e a non considerarli dati di fatto.

L'utilizzazione della mindfulness sta avendo un profondo impatto sulla psicoterapia. Ad esempio viene superato il concetto di ristrutturazione cognitiva che si prefigge di modificare le convinzioni ed i pensieri. Con la pratica della mindfulness si persegue invece il “decentramento” (Kabat-Zinn, 1999; Segal, Wilson, Teasdale, 2005) e la “defusione” (Hayes, 1999) o de-identificazione dai propri pensieri. Viene superato inoltre il concetto di inconscio come entità separata dalla coscienza, sostituito dall'idea di processi che possono essere più o meno consapevoli.

Il cambiamento che la mindfulness ha portato nella psicoterapia è talmente evidente e importante da indurre molti autori a parlare di terapia cognitivo comportamentale di terza generazione, quasi a sottolineare il salto qualitativo del lavoro psicoterapeutico rispetto ai modelli precedenti.

La mindfulness viene utilizzata per lo stress con il protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction), per la prevenzione delle ricadute della depressione con il protocollo MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy for Depression), per i disturbi di ansia e panico, i problemi di autostima, la fobia sociale e i disturbi dell'umore con l'ACT (Acceptance and Commitment Therapy), e per il trattamento del Disturbo Borderline di Personalità con la Dialectical Behaviour Therapy.

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